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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
Di claudio -del 19/02/2009 alle 14:23:59, catalogato in Sant'Agostino e Santi, letto 375 volte.
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Di P.F.M. -del 21/09/2008 alle 15:54:45, catalogato in Sant'Agostino e Santi, letto 1229 volte.
San Raffaello Qui apparveIl 21 settembre 1424 si ha notizia di un’apparizione dell'Arcangelo Raffaele nel monastero benedettino di S. Felicita. Egli apparve la prima volta alla Badessa Suor Margherita Macci, che trascrisse su di un manoscritto conservato nell’archivio della chiesa le parole udite dall’Arcangelo:
«…e fate dire a tutte le vostre Suore nove dì a reverenza de nove cori delli Angeli questi tre Salmi, cioè Coeli enarrant gloriam Dei (18), Saepe expugnaverunt me (128) e
De profundis clamavi (129)» La badessa volle «la di lui immagine dipinta nel Parlatorio su quella stessa grata, dove Egli in forma di Pellegrino aveva parlato, come pure lo fece effigiare su la porta interna del Monastero»; ed ogni anno, il 21 settembre, era celebrata la ricorrenza di questo avvenimento.
L’Arcangelo compì numerosi prodigi e guarigioni e fu per questo eletto, insieme a S. Felicita, protettore di questa chiesa e del suo monastero. Fu anche fondata una compagnia a lui dedicata.
Raffaele – il cui nome significa “Dio guarisce” – è protettore dei medici, dei farmacisti, degli ammalati e dei viandanti. È anche considerato il modello celeste degli Angeli Custodi.
Salmo 18: Coeli enarrant gloriam Dei
1 Al maestro del coro. Salmo. Di Davide. 2 I cieli narrano la gloria di Dio,
e l'opera delle sue mani annunzia il firmamento. 3Il giorno al giorno ne affida il messaggio e la notte alla notte ne trasmette notizia. 4 Non è linguaggio e non sono parole,
di cui non si oda il suono. 5Per tutta la terra si diffonde la loro voce e ai confini del mondo la loro parola. 6 Là pose una tenda per il sole
che esce come sposo dalla stanza nuziale, esulta come prode che percorre la via. 7 Egli sorge da un estremo del cielo
e la sua corsa raggiunge l'altro estremo: nulla si sottrae al suo calore. 8 La legge del Signore è perfetta,
rinfranca l'anima; la testimonianza del Signore è verace, rende saggio il semplice. 9 Gli ordini del Signore sono giusti,
fanno gioire il cuore; i comandi del Signore sono limpidi, danno luce agli occhi. 10 Il timore del Signore è puro, dura sempre;
i giudizi del Signore sono tutti fedeli e giusti, 11più preziosi dell'oro, di molto oro fino, più dolci del miele e di un favo stillante. 12 Anche il tuo servo in essi è istruito,
per chi li osserva è grande il profitto. 13Le inavvertenze chi le discerne? Assolvimi dalle colpe che non vedo. 14 Anche dall'orgoglio salva il tuo servo
perché su di me non abbia potere; allora sarò irreprensibile, sarò puro dal grande peccato. 15 Ti siano gradite le parole della mia bocca,
davanti a te i pensieri del mio cuore. Signore, mia rupe e mio redentore. Salmo 128: Saepe expugnaverunt me
1 Canto delle ascensioni.
Dalla giovinezza molto mi hanno perseguitato,
- lo dica Israele - 2 dalla giovinezza molto mi hanno perseguitato, ma non hanno prevalso. 3 Sul mio dorso hanno arato gli aratori,
hanno fatto lunghi solchi. 4 Il Signore è giusto: ha spezzato il giogo degli empi. 5 Siano confusi e volgano le spalle
quanti odiano Sion. 6 Siano come l'erba dei tetti: prima che sia strappata, dissecca; 7 non se ne riempie la mano il mietitore, né il grembo chi raccoglie covoni. 8 I passanti non possono dire:
«La benedizione del Signore sia su di voi, vi benediciamo nel nome del Signore». Salmo 129: De profundis clamavi
1 Canto delle ascensioni.
Dal profondo a te grido, o Signore;
2 Signore, ascolta la mia voce. Siano i tuoi orecchi attenti alla voce della mia preghiera. 3 Se consideri le colpe, Signore,
Signore, chi potrà sussistere? 4 Ma presso di te è il perdono: e avremo il tuo timore. 5 Io spero nel Signore,
l'anima mia spera nella sua parola. 6 L'anima mia attende il Signore
più che le sentinelle l'aurora. 7 Israele attenda il Signore, perché presso il Signore è la misericordia e grande presso di lui la redenzione. 8 Egli redimerà Israele
da tutte le sue colpe. gg dal Libro di Tobia gg
Tob 5,4b910b Tobi lo salutò per primo e l'altro gli disse: «Possa tu avere molta gioia!». Tobi rispose: «Che gioia posso ancora avere? Sono un uomo cieco; non vedo la luce del cielo; mi trovo nella oscurità come i morti che non contemplano più la luce. Anche se vivo, dimoro con i morti; sento la voce degli uomini, ma non li vedo». Gli rispose: «Fatti coraggio, Dio non tarderà a guarirti, coraggio!». Tobia andò ad informare suo padre Tobi dicendogli: «Ecco, ho trovato un uomo tra i nostri fratelli Israeliti». Uscì Tobia e si trovò davanti l'angelo Raffaele, non sospettando minimamente che fosse un angelo di Dio.
Tob 6,123 Ma l'angelo gli disse: «Afferra il pesce e non lasciarlo fuggire». Il ragazzo riuscì ad afferrare il pesce e a tirarlo a riva. [ In seguito, Tobia sposa Sara e poi torna dal padre cieco] Il giovane scese nel fiume per lavarsi i piedi, quand'ecco un grosso pesce balzò dall'acqua e tentò di divorare il piede del ragazzo, che si mise a gridare. Il giovane partì insieme con l'angelo e anche il cane li seguì e s'avviò con loro. Camminarono insieme finché li sorprese la prima sera; allora si fermarono a passare la notte sul fiume Tigri.
Tob 11,7813b 14 E aggiunse: «Benedetto Dio! Benedetto il suo grande nome! Benedetti tutti i suoi angeli santi! Benedetto il suo grande nome su di noi e benedetti i suoi angeli per tutti i secoli. Perché egli mi ha colpito ma poi ha avuto pietà ed ecco, ora io contemplo mio figlio Tobia».Tobi gli si buttò al collo e pianse, dicendo: «Ti vedo, figlio, luce dei miei occhi!». Spalma il fiele del pesce sui suoi occhi; il farmaco intaccherà e asporterà come scaglie le macchie bianche dai suoi occhi. Così tuo padre riavrà la vista e vedrà la luce». Raffaele disse a Tobia prima di avvicinarsi al padre: «Io so che i suoi occhi si apriranno.
Di Admin -del 19/12/2007 alle 10:30:40, catalogato in Sant'Agostino e Santi, letto 52 volte.
Santa Monica
Non è facile esagerare l’importanza che il rapporto con sua madre Monica ha avuto nel percorso esistenziale di Agostino. Senza la sua costanza, le sue lacrime, le sue preghiere, la sua passione per il figlio, la Chiesa e l'umanità oggi non avrebbero quel genio e quel santo che è il figlio. Monica era una donna semplice, ma dotata di una grande fede e di un carattere estremamente volitivo e tenace. Nata nel 331 in una famiglia profondamente cattolica e andata sposa a Patrizio, che era pagano, si trovò a vivere i problemi e le gioie quotidiane, i momenti più esaltanti e quelli più angoscianti di una donna: l'amore e la maternità (ebbe due figli e una figlia); le ansie connesse al sublime e difficile della loro educazione; le infedeltà coniugali del marito, uomo tenero e sensibile, ma volubile e facile all'ira; la fierezza e la preoccupazione per la "carriera" del figlio Agostino; la morte del marito (Patrizio muore nel 371, un anno dopo essersi convertito al cristianesimo); il dovere di sostenere con il suo lavoro la famiglia; gli interrogativi della fede personale e della fede da trasmettere ai propri figli; la constatazione amara del proprio fallimento di mamma cristiana, quando si vede ritornare a casa il figlio Agostino, professore sì, ma che ha rinunciato alla fede cristiana... Agostino traccia un ritratto della vita vedovile di Monica: un’esistenza sobria e austera, caratterizzata da un’intensa preghiera e da attività caritative. Alle preghiere e alle lacrime, Monica aggiunse l'impegno costante di restare vicino al figlio. In un primo momento, in verità, il suo atteggiamento fu diverso. Quando lo vide tornare da Cartagine laureato - il sogno lungamente vagheggiato da Monica e dal defunto Patrizio - la sua gioia fu distrutta dal saperlo lontano dalla Chiesa cattolica e manicheo. In più aveva con sé una donna che non era la sua legittima moglie. Monica ebbe uno scatto di fierezza e lo cacciò di casa. Il giovane professore dovette rifugiarsi presso l'amico e mecenate Romaniano. Non si pensi che il gesto fosse dettato dalla presenza della donna: la società di allora non era così puritana, e del resto, una volta che Agostino avesse ricevuto il Battesimo, la situazione poteva essere sanata. Il vero motivo era l'eresia. Ora che in casa tutti erano cattolici, il figlio maggiore, su cui riponeva tante speranze, la deludeva così profondamente. Ma un sogno contribuì a farle cambiar decisione. Un giovane sorridente le si avvicina chiedendole il motivo della mestizia e delle sue lacrime. Alla spiegazione del suo pianto per la perdizione del figlio, il giovane le dice: “Perché piangi? Non vedi che dove sei tu, là c’è anche lui?” e così scorge il figlio vicino a lei. Di fatto decise di riprenderlo in casa e di dividere con lui la sua mensa. Si era convinta, in altre parole, che il metodo della contrapposizione aperta non serviva. Con quel figlio - ma forse vale per tutti i figli - l'amore sarebbe stato più efficace della fierezza, al metodo della severità era preferibile quello della dolcezza, della persuasione, della pazienza. E da quel momento non si separò più da lui. Lo seguì a Cartagine e poi ovunque, appena poté, senza temere, lei umile donna, i pericoli del mare, le fatiche e i disagi di lunghi viaggi, le incognite di terre e persone straniere. Il momento più doloroso per Monica fu quando Agostino, con l'inganno, non le permise di seguirlo alla sua partenza per Roma. Tuttavia lo raggiunse a Milano nel 385, fece parte del gruppo che con il figlio si ritirò in una villa in Brianza, in una località chiamata Cassiciacum, per riflettere e meditare. In questo luogo Agostino scrisse le sue prime opere: i dialoghi. Monica assistette pure al battesimo del figlio e con lui si diresse poi verso Roma per tornare in Africa. L’estasi di Ostia Tiberina In attesa dell’imbarco si fermarono ad Ostia. Di questo soggiorno Agostino racconta nelle Confessioni l’episodio noto come estasi di Ostia. “… Accadde, per opera tua, io credo, secondo i tuoi misteriosi ordinamenti, che ci trovassimo lei ed io soli, appoggiati a una finestra prospiciente il giardino della casa che ci ospitava, là, presso Ostia Tiberina, lontani dai rumori della folla, intenti a ristorarci dalla fatica di un lungo viaggio in vista della traversata del mare. Conversavamo, dunque, soli con grande dolcezza. Dimentichi delle cose passate e protesi verso quelle che stanno innanzi, cercavamo fra noi alla presenza della verità, che sei tu, quale sarebbe stata la vita eterna dei santi, che occhio non vide, orecchio non udì, né sorse in cuore d'uomo. Aprivamo avidamente la bocca del cuore al getto superno della tua fonte, la fonte della vita, che è presso di te, per esserne irrorati secondo il nostro potere e quindi concepire in qualche modo una realtà così alta. Condotto il discorso a questa conclusione: che di fronte alla giocondità di quella vita il piacere dei sensi fisici, per quanto grande e nella più grande luce corporea, non ne sostiene il paragone, anzi neppure la menzione; elevandoci con più ardente impeto d'amore verso l'Essere stesso, percorremmo su su tutte le cose corporee e il cielo medesimo, onde il sole e la luna e le stelle brillano sulla terra. E ancora ascendendo in noi stessi con la considerazione, l'esaltazione, l'ammirazione delle tue opere, giungemmo alle nostre anime e anch'esse superammo per attingere la plaga dell'abbondanza inesauribile, ove pasci Israele in eterno col pascolo della verità, ove la vita è la Sapienza, per cui si fanno tutte le cose presenti e che furono e che saranno, mentre essa non si fa, ma tale è oggi quale fu e quale sempre sarà; o meglio, l'essere passato e l'essere futuro non sono in lei, ma solo l'essere, in quanto eterna, poiché l'essere passato e l'essere futuro non è l'eterno. E mentre ne parlavamo e anelavamo verso di lei, la cogliemmo un poco con lo slancio totale della mente, e sospirando vi lasciammo avvinte le primizie dello spirito, per ridiscendere al suono vuoto delle nostre bocche, ove la parola ha principio e fine. E cos'è simile alla tua Parola, il nostro Signore, stabile in se stesso senza vecchiaia e rinnovatore di ogni cosa? Si diceva dunque: "Se per un uomo tacesse il tumulto della carne, tacessero le immagini della terra, dell'acqua e dell'aria, tacessero i cieli, e l'anima stessa si tacesse e superasse non pensandosi, e tacessero i sogni e le rivelazioni della fantasia, ogni lingua e ogni segno e tutto ciò che nasce per sparire se per un uomo tacesse completamente, sì, perché, chi le ascolta, tutte le cose dicono: "Non ci siamo fatte da noi, ma ci fece Chi permane eternamente"; se, ciò detto, ormai ammutolissero, per aver levato l'orecchio verso il loro Creatore, e solo questi parlasse, non più con la bocca delle cose, ma con la sua bocca, e noi non udissimo più la sua parola attraverso lingua di carne o voce d'angelo o fragore di nube o enigma di parabola, ma lui direttamente, da noi amato in queste cose, lui direttamente udissimo senza queste cose, come or ora protesi con un pensiero fulmineo cogliemmo l'eterna Sapienza stabile sopra ogni cosa, e tale condizione si prolungasse, e le altre visioni, di qualità grandemente inferiore, scomparissero, e quest'unica nel contemplarla ci rapisse e assorbisse e immergesse in gioie interiori, e dunque la vita eterna somigliasse a quel momento d'intuizione che ci fece sospirare: non sarebbe questo l'"entra nel gaudio del tuo Signore"? E quando si realizzerà? Non forse il giorno in cui tutti risorgiamo, ma non tutti saremo mutati?". Così dicevo, sebbene in modo e parole diverse. Fu comunque, Signore, tu sai, il giorno in cui avvenne questa conversazione, e questo mondo con tutte le sue attrattive si svilì ai nostri occhi nel parlare, che mia madre disse: "Figlio mio, per quanto mi riguarda, questa vita ormai non ha più nessuna attrattiva per me. Cosa faccio ancora qui e perché sono qui, lo ignoro. Le mie speranze sulla terra sono ormai esaurite. Una sola cosa c'era, che mi faceva desiderare di rimanere quaggiù ancora per un poco: il vederti cristiano cattolico prima di morire. Il mio Dio mi ha soddisfatta ampiamente, poiché ti vedo addirittura disprezzare la felicità terrena per servire lui. Cosa faccio qui?", (Conf IX, 10.23-26). La morte di Monica Monica morì pochi giorni dopo questo colloqui con il figlio, che così ci racconta gli ultimi istanti della vita della madre. Era l’autunno del 387: “… Entro cinque giorni o non molto più, si mise a letto febbricitante e nel corso della malattia un giorno cadde in deliquio e perdette la conoscenza per qualche tempo. Noi accorremmo, ma in breve riprese i sensi, ci guardò, mio fratello e me, che le stavamo accanto in piedi, e ci domandò, quasi cercando qualcosa: "Dov'ero?"; poi, vedendo il nostro afflitto stupore: "Seppellirete qui, soggiunse, vostra madre". Io rimasi muto, frenando le lacrime; mio fratello invece pronunziò qualche parola, esprimendo l'augurio che la morte non la cogliesse in terra straniera, ma in patria, che sarebbe stata migliore fortuna. All'udirlo, col volto divenuto ansioso gli lanciò un'occhiata severa per quei suoi pensieri, poi, fissando lo sguardo su di me, esclamò: "Vedi cosa dice", e subito dopo, rivolgendosi a entrambi: "Seppellite questo corpo dove che sia, senza darvene pena. Di una sola cosa vi prego: ricordatevi di me, dovunque siate, innanzi all'altare del Signore" (Conf. IX, 11.27).
Di Admin -del 19/12/2007 alle 10:28:31, catalogato in Sant'Agostino e Santi, letto 1260 volte.
Sant'Agostino
In una piccola città dell’attuale Algeria, l’odierna Souk Ahras, Aurelio Agostino vide la luce nel 354. Dei suoi genitori, Monica, la madre, era cristiana, come Possidio stesso scrive; il padre, Patrizio, era invece pagano e solo alla fine della vita aderì alla fede cattolica. Assecondando le ambizioni dei genitori, incoraggiati dal brillante ingegno che il loro figlio manifesta sin dalla più tenera età, Agostino intraprende gli studi superiori, laureandosi infine rètore (professore "in lettere") a Cartagine. Qui, in una città per metà ancora pagana, Agostino scopre gli amori facili e gli ozi giovanili riempiti di avventure conturbanti. Abbandona del tutto gli insegnamenti cristiani che la madre gli aveva istillato da bambino, aderendo ad una setta pseudo-religiosa in voga, quella dei manichei. Sempre a Cartagine intreccia una relazione con una donna, con la quale convive per circa dodici anni: le resterà sempre fedele e ne avrà un figlio, Adeodato. Nel 383, a 29 anni, mentre consolida la sua carriera di rètore trasferendosi prima a Roma e poi a Milano, dove ha ottenuto una prestigiosa carica presso la corte imperiale, inizia un lento e straziante processo di riflessione su se stesso. Agostino non può più evitare di interrogarsi sul senso della sua vita e di chiedersi se tutto sia affidato al caso o non vi sia piuttosto un progetto più grande in cui ognuno ha una sua parte. La presenza di Monica, che lo ha raggiunto dall’Africa, e l’assiduo ascolto della predicazione di Ambrogio, vescovo di Milano, gli aprono uno squarcio di luce. Agostino riscopre la fede cristiana, quella fede alla quale era stato formato da bambino e che aveva finito per disprezzare come una favola per sprovveduti. Proprio in questo contesto manifesta il "santo proposito" di dedicarsi completamente a Dio, rinunciando alla carriera e al matrimonio. Nella notte tra il 24 e il 25 aprile del 387 Agostino è battezzato da Ambrogio, insieme al figlio Adeodato, al fratello Navigio, all'amico Alipio e ad altri discepoli. Ritornato in Africa nel 388, conduce per tre anni vita ritirata nella sua casa di Tagaste, insieme ai suoi amici, gettando le basi di quello che sarà poi il suo specifico stile di vita religiosa. Divenuto sacerdote nel 391 e vescovo nel 395, si dedica per tutta la vita nell’attività pastorale: catechesi al popolo, studio della Sacra Scrittura e ricerca teologica. A questo intenso impegno, testimoniato da una vasta messe di scritti, si aggiungono l’amministrazione della giustizia, che la legislazione costantiniana demandava per alcune materie anche ai vescovi. Muore nella sua Tagaste circondata dai Vandali il 28 agosto del 430, dopo 40 anni di intensissimo e fecondo servizio episcopale. Le sue intuizioni filosofiche, letterarie e teologiche ne fanno un genio del cristianesimo e dell'umanità intera. Le sue aspirazioni e la sua esperienza spirituale, trasmesse soprattutto con la sua "Regola", hanno segnato e continuano a segnare il cammino ad una schiera innumerevole di uomini e donne, affascinati dalla sua figura e trascinati dal suo esempio. Pagine:
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Visse per Agostino
“Nacque nella provincia d'Africa, nella città di Tagaste, da genitori dell'ordine dei curiali, di onesta condizione e cristiani. Fu da loro allevato ed educato con ogni cura e anche con notevole spesa, e fu inizialmente istruito nelle lettere profane, cioè in tutte quelle discipline, che chiamano liberali”. Con queste parole Possidio, vescovo di Calama, il primo biografo di Agostino, introduce il racconto della vita del suo illustre amico.